Home > “E’ iniziata la retrospettiva dedicata al grande produttore Alberto Grimaldi. Il 3 e il 4 marzo film di Fellini, Ferreri, Rosi, Monicelli.”
“E’ iniziata la retrospettiva dedicata al grande produttore Alberto Grimaldi. Il 3 e il 4 marzo film di Fellini, Ferreri, Rosi, Monicelli.”
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Il Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale rende omaggio al grande produttore Alberto Grimaldi. Dal 1° al 15 marzo si svolge, presso la sala Trevi, una retrospettiva del cinema che a lui tutti dobbiamo, un cinema che comincia dal western, attraverso il western arriva alla ricerca autoriale di Sergio Leone e di lì spicca il volo con le opere dei grandi del cinema italiano. Accanto alla retrospettiva, il Centro Sperimentale cura la pubblicazione di un volume a lui dedicato, Alberto Grimaldi. L'arte di produrre di Paola Savino, che ricostruisce minuziosamente, sulla base di documenti d'archivio, l'attività della PEA, la casa di produzione di Grimaldi, e raccoglie i contributi spagnoli sviluppati in occasione del tributo che nel 2007 la Semana Internacional de Cine di Vallodolid ha reso al produttore italiano che ha praticamente inventato la coproduzione con la Spagna. Il volume sarà presentato durante la retrospettiva, il 12 marzo alle ore 21.00.

Nella mitologia del cinema italiano la figura del produttore è stata spesso oggetto di leggende che hanno contribuito alla definizione di una maschera dai contorni talvolta pittoreschi. Accanto al Regista e all'Attore, ovvero il genio e il divo, il Produttore si materializzava all'orizzonte vestito di bianco, quasi a diffondere attorno a sé un alone di purezza, ma anche un'immagine di festa, che il cinema italiano in quei felici anni '60 riusciva ancora a irradiare. Il fascino dell'effimero travolgeva ogni resistenza e la maschera contribuiva perfettamente al gioco, perché poi di un gioco, di un'enorme finzione spesso si trattava, un castello di cambiali e promesse, di produttori improvvisati e oscuri finanziatori, destinati a sparire nel nulla all'ennesima crisi, quella definitiva che travolgerà il cinema italiano negli anni '60. Pochi produttori si sottraevano al cliché. Tra questi sicuramente Alberto Grimaldi, la cui storia personale non si presta a facili leggende. Nel suo caso di leggendario c'è solo la filmografia della PEA, testimonianza concreta della grandezza del cinema italiano: in essa i nomi di Fellini, Bertolucci, Pasolini, Monicelli, Petri, Rosi, Pontecorvo e Leone, sfilano accanto a quelli di Wilder, Lelouch, Malle, Vadim, fino al Martin Scorsese di Gangs of New York, punto di arrivo di una carriera votata al superamento dei confini (e dei limiti) italici, attraverso il meccanismo delle coproduzioni, di cui l'avvocato napoletano è stato uno dei grandi artefici. Grimaldi infatti è il produttore italiano che con maggior convinzione ha gettato le basi per la costruzione di un cinema e di un pubblico europei, quale mai più sarà realizzato, nemmeno nell'epoca dell'Unione Europea, e che invece, in quei fertili anni '60, ha prosperato.
A Grimaldi siamo debitori delle opere più irriverenti del cinema italiano, Salò o le 120 giornate di Sodoma e Ultimo tango a Parigi, a lui e al suo coraggio dobbiamo una battaglia per la libertà espressiva che rappresenta una conquista per l'intera cultura del nostro Paese. L'omaggio del centro Sperimentale vuole essere, prima di tutto, un ringraziamento per la sua attività e per la dimostrazione che si può interpretare il mestiere di produttore come un'arte.
 
domenica 1
ore 17.00
Il Decameron (1971)
Regia: Pier Paolo Pasolini; soggetto: dal Decameron di Giovanni Boccaccio; sceneggiatura: P.P. Pasolini; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: P.P. Pasolini, con la collaborazione di Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli. Tatiana Morigi Casini; interpreti: Franco Citti, Ninetto Davoli, Jovan Jovanovic, Vincenzo Amato, Angela Luce, Giuseppe Zigaina; origine: Italia/Francia/Germania Occidentale; produzione: P.E.A., Productions Artistes Associés, Artemis Film; durata: 111'
«Al tempo del Vangelo secondo MatteoPier Paolo Pasolini spiegò che per l'interpretazione aveva voluto evitare le ipotesi particolari e aggiornate e tenersi invece al senso comune. Cosa intendeva Pasolini per senso comune? Evidentemente, la fruizione del testo, attraverso i secoli, "fuori della storia", da parte di infiniti lettori, nei luoghi e nelle situazioni più diverse. Il senso comune: cioè il senso di tutto ciò che sfugge alla moda, alla storia, al tempo. [...] Per il Decameron, Pasolini ha proceduto in maniera non dissimile che per il Vangelo. Ha accettato e fatta sua la visione del senso comune di tutti i tempi la quale considera il Decameroncome un libro non solo privo di tabù ma anche privo del compiacimento di non averne; un libro, cioè, in cui letteratura e realtà si identificano perfettamente per una rappresentazione totale dell'uomo. [...] Per prima cosa ha notato che nel Decameronla rappresentazione realistica della civiltà contadina è chiusa in una cornice umanistica e raffinata. Indubbiamente questa cornice ha una grande importanza; essa crea quel rapporto tra gentilezza e rusticità, tra realismo e letteratura, tra immaginazione e verità che è uno degli aspetti più affascinanti del Decameron. Gettando via questa cornice illustre ed elegante, Pasolini sapeva di modificare profondamente il testo boccaccesco; ma dimostrava al tempo stesso di essere un regista irresistibilmente originale ossia fatalmente infedele. Pasolini non soltanto ha gettato via la cornice umanistica ma ha anche sostituito la "favella" toscana con il dialetto napoletano. [...] Una volta distrutta la finzione della villa deliziosa in cui, in tempi di pestilenza, si ritira una brigata di gentiluomini e di gentildonne per godersi la vita e raccontarsi dilettose vicende immaginarie, alla rappresentazione del mondo boccaccesco conveniva meglio il napoletano ancora oggi vivo e aggressivo che il toscano così estenuato persino in bocca dei contadini e degli artigiani. L'operazione linguistica, diciamolo subito, è perfettamente riuscita ed è uno dei caratteri più originali del film. Ne è venuto fuori un Decameronin cui gli umidi e sordidi vicoli di Napoli sostituiscono le pulite rughe di Firenze e la rozza e rigogliosa campagna campana il pettinato contado toscano. Questa sostituzione topografica a ben guardare è resa visibile soprattutto dalla sostituzione linguistica. A conferma una volta di più dell'importanza della parola nel cinema. Altra soluzione felice è quella del problema dell'erotismo boccaccesco altrettanto proverbiale quanto, in fondo, incompreso. Pasolini ha eliminato ogni tentazione di scollacciatura e ha fuso arditamente la serenità rinascimentale con l'oggettualità fenomenologica moderna» (Moravia).
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 19.00
Fellini-Satyricon (1969)
Regia: Federico Fellini; soggetto e sceneggiatura: F. Fellini, Bernardino Zapponi, liberamente tratto da Satyricon di Petronio Arbitro; fotografia: Giuseppe Rotunno; musica: Nino Rota; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Martin Potter, Hiram Keller, Max Born, Fanfulla [Luigi Visconti], Salvo Randone, Il Moro [Mario Romagnoli]; origine: Italia; produzione: P.E.A.; durata: 127'
«Tutto il Satyricon è realizzato come una gigantesca caccia all'immagine che, a costo di bruciare i vecchi modi stilistici, dia il massimo d'evidenza figurativa alle fantasie di Fellini e le orchestri in un arcano gioco di luci e di ombre. Qui è la sua gloria, e qui il suo azzardo. Siamo, davvero, su un altro pianeta. Fin dall'inizio, alle Terme fumiganti, e poi, nel teatro di Vernacchio, s'avverte che Fellini ideando le scenografie (come ha tenuto a far sapere nei titoli di coda) ha sfrenato il proprio genio prospettico in una crescita di tensioni figurative. Dal lurido paesaggio dell'Isola Felice al luminoso sorriso della Pinacoteca, dalla corposa atmosfera della cena ai panorami marini popolati di navi fiabesche, dalla limpida, castissima cornice in cui si celebra il sacrificio della coppia all'ambiguità dell'antro dell'Ermafrodito, e ancora dal solare labirinto di Arianna alle malizie del Giardino fino all'ultima spiaggia che sublima nella levità del mito la gravezza della materia, e una serie pressoché ininterrotta di invenzioni, dominate dal desiderio di immergersi il più possibile in un irreale trapunto di lussuria e di tristezza» (Grazzini).
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 21.15
Il Casanova di Federico Fellini (1976)
Regia: Federico Fellini; soggetto: liberamente basato su Storie della mia vita di Giacomo Casanova; sceneggiatura: Federico Fellini e Bernardino Zapponi; fotografia: Giuseppe Rotunno; musica: Nino Rota; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Donald Sutherland, Tina Aumont, Cicely Browne, Carmen Scarpitta, Clara Algranti, Daniela [Angelica] Gatti; origine: Italia/ Usa; produzione:P.E.A., Fast Film Inc.; durata: 154'
Liberamente ispirato alle Memorie(1791-98) di Giacomo Casanova con inserimenti poetici presi da Andrea Zanzotto e Tonino Guerra, Il Casanova di Federico Fellini è «un emozionante esempio di arte onirica, non illustrativa di contenuti, cabalistica e avanguardistica» (Kezich) e al contempo il «tentativo di raccontare un personaggio che è un mito comune, Casanova, e un secolo figurativamente notissimo, sfruttato, esausto, il Settecento, dando alla gente la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo, sconosciuto: che non ricordi Goldoni, Streheler, Canaletto, Hogarth e compagnia» (Tornabuoni). Il Casanova di Federico Fellini, dunque, non ha preoccupazioni di fedeltà storica nei confronti di un personaggio realmente esistito, né del secolo che ha fatto da scenario alle sue imprese. Casanova ha interessato Fellini in quanto mitico seduttore, archetipo confuso e segreto del comportamento virile di tanti uomini. In un Settecento completamente reinventato in studio, Fellini "racconta" impietosamente l'ascesa e la decadenza del seduttore veneziano attraverso il corpo di Donald Sutherland ben doppiato da Gigi Proietti, il quale ha aggiunto un'ironia un po' straniante rispetto alla pomposità del personaggio. Ciò che ne risulta è un Casanova che vorrebbe essere apprezzato più come letterato che come stallone, «un Don Giovanni cialtrone, disperato, ossessionato, teatralissimo [...], atleta del sesso, così murato nella sua ottusa maschilità da essere mezzo uomo» (Morandini). Il restauro, intrapreso dalla Cineteca Nazionale nel 2001 con la supervisione costante di Giuseppe Rotunno, è stato condotto a partire dai negativi originari (scena e colonna) e dalla colonna sonora magnetica mixata italiana originaria, materiali resi accessibili dall'avente diritti, la Alberto Grimaldi Productions. Sono stati utilizzati anche i duplicati negativi della scena e della colonna consegnati nel 1980 dal produttore alla Cineteca Nazionale a seguito dell'assegnazione del "premio di qualità".
Vietato ai minori di anni 18
 
lunedì 2
chiuso
 
martedì 3
ore 17.00
Histoires extraordinaries (Tre passi nel delirio, 1967)
Origine: Italia/Francia; produzione: Cocinor, Les Films Marceau, P.E.A.,; durata: 121'
Episodio Metzengerstein
Regia: Roger Vadim; soggetto: dal racconto omonimo de I racconti straordinari di Edgar Allan Poe; sceneggiatura: R. Vadim, Pascal Cousin; dialoghi: Daniel Boulanger; fotografia: Claude Renoir; musica: Jean Prodromides; montaggio: Hélèn Plemmiannikov; interpreti: Jane Fonda, Peter Fonda, Serge Marquand, Philippe Lemaire, Carla Marlier, Georges Douking.
Episodio William Wilson
Regia: Louis Malle; soggetto: dal racconto omonimo de I racconti straordinari di E.A. Poe; sceneggiatura: Clement Biddle Wood, L. Malle; dialoghi: Daniel Boulanger; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: Diego Masson; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: Alain Delon, Brigitte Bardot, Renzo Palmer, Marco Stefanelli, Massimo Ardù, Umberto D'Orsi.
Episodio Toby Dammit
Regia: Federico Fellini; soggetto: dal racconto Non scommettere la testa col diavolo de I racconti straordinari di E.A. Poe; sceneggiatura: F. Fellini, Bernardino Zapponi; fotografia: Giuseppe Rotunno; musica: Nino Rota; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Terence Stamp, Salvo Randone, Antonia Pietrosi, Polidor, Marisa Traversi, Milena Vukotić.
«In Metzengerstein [...] una contessa provoca con un incendio la morte del cugino che l'ha respinta, ma poi farà la stessa fine; in William Wilson [...] un ufficiale decide di sfidare a duello il sosia che gli appare ogni volta che sta per compiere un' azione disonesta; in Toby Dammit [...] un attore alcolizzato accetta di girare un western all'italiana perché gli viene offerta una Ferrari […]. Trittico con autori di prestigio ma esiti qualitativi molto difformi: Vadim preme solo sull'erotismo estetizzante di Jane Fonda mentre un Malle piuttosto mediocre scava con accenti melodrammatici nel tema dello sdoppiamento e della lacerazione della personalità. Si difende solo Fellini che stravolge il racconto di Poe per conservarne soltanto il nome del protagonista, Toby Dammit, e il finale, in un incubo delirante dove i meccanismi alienanti del mondo dello spettacolo diventano premessa per uno sguardo terribile sull'orrore quotidiano» (Mereghetti). Nel 2008 la Cineteca Nazionale ha realizzato, con la supervisione di Giuseppe Rotunno, il recupero dell'episodio Toby Dammit. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con il Taormina Film Fest e con il contributo di Ornella Muti e KGC.
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 19.10
Viaggio con Anita (1979)
Regia: Mario Monicelli; soggetto: Tullio Pinelli; sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, T. Pinelli, Paul Zimmermann, M. Monicelli; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Giancarlo Giannini, Goldie Hawn, Claudine Auger, Laura Betti, Aurore Clément, Renzo Montagnani; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A.,  Productions Artistes Associés; durata: 119'
«Guido Massaccesi, dirigente bancario romano, informato dalla sorella Oriana che il padre Armando è gravemente infermo, lascia la moglie Elisa con il figlio e parte in macchina per raggiungere Rosignano Solvay, paese natale. Deciso a compiere il viaggio in dolce compagnia, Guido si reca nell'appartamento di Jennifer, amante che non vede da mesi. Il netto rifiuto della stessa a seguirlo lo induce a prendere con sé Anita Watson, una 26enne americana, occasionalmente e temporaneamente venuta a Roma per ritrovare un architetto italiano conosciuto a Chicago ove ella abitualmente lavora presso l'università» (www.cinematografo.it). «Viaggio con Anita riproduce anche geograficamente una parte del viaggio che è alla base di uno dei capisaldi della commedia all'italiana: Il sorpasso di Dino Risi. Da allora, dal boom e dalla "fine delle ideologie", molte cose sono cambiate. Un "road movie" degli ultimi anni '70 non potrà che avere una collocazione invernale: le spiagge non sono affollate di gioventù e di voglia di vivere, la malinconia prevale su ogni altro sentimento; il vitalismo rampante di Gassman è ridotto in Giannini a puro tentativo di evitare la morte; la morte stessa non è più una sorta di risveglio dopo l'ubriacatura, ma una tonalità che attraversa tutto il film» (Della Casa).
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 21.20
Ginger e Fred (1985)
Regia: Federico Fellini; soggetto: F. Fellini, Tonino Guerra; sceneggiatura: F. Fellini, T. Guerra, Tullio Pinelli; fotografia: Tonino Delli Colli, Ennio Guarnieri, musica: Nicola Piovani; montaggio: Nino Baragli, Ugo De Rossi, Ruggero Mastroianni; interpreti: Giulietta Masina, Marcello Mastroianni, Franco Fabrizi, Frederick Ledebur, Augusto Poderosi, Claudio Botosso; origine: Italia/Francia/Germania Occidentale; produzione: P.E.A., Films Ariane, France 3, Revcom Films, Stella Film, Rai, Anthea Filmgesellschaft; durata: 127'
«Poco più di quaranta anni or sono, Amelia Bonetti e Pippo Botticella si erano fatti una certa fama, ballando il "tip tap" nei locali di avanspettacolo. Con il nome d'arte di "Ginger e Fred", ripagavano, su scala ovviamente ben più modesta, le frenesie del pubblico per i due grandi ballerini d'oltre Oceano: Fred Astaire e Ginger Rogers. Sposatasi e rimasta vedova lei in una cittadina del Nord e vivacchiando lui alla meglio, essi si erano persi di vista, ma ora la TV nazionale li ha fortunosamente ripescati, proponendo ai due sessantenni soci di un tempo di inserirli in un nuovo, grandioso spettacolo televisivo, a testimonianza di una stagione e di un'atmosfera passate» (www.cinematografo.it). «Che cosa è Ginger e Fred opus n. 19 di Fellini? Tante cose. E' il più semplice dei suoi ultimi film e, almeno per me, il più divertente e fluido, anche se la semplicità copre una complessa trama di temi e motivi e la piacevolezza sottende una sconsolata e disgustata amarezza. È un dilatato capitolo aggiunto al suo Roma del 1972, cioè un' altra tappa del suo tenero, perplesso, nauseato rapporto con l' odiosamata Città Eterna, Alma Mater e Gran Baldracca, in cui vive dal 1939. È - nel triplice senso della parola: rispecchiamento, considerazione attenta, operazione di autocoscienza - una riflessione selettiva e visionaria sulla società dello spettacolo in cui viviamo» (Morandini). David di Donatello (1986) a Marcello Mastroianni, miglior costumista, miglior musicista, premio René Clair a Federico Fellini.
 
mercoledì 4
ore 17.00
Touche pas la femme blanche (Non toccare la donna bianca, 1975)
Regia: Marco Ferreri; soggetto: M. Ferreri; sceneggiatura: M. Ferreri, Rafael Azcona; fotografia: Etienne Becker; musica: Philippe Sarde; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Marcello Mastroianni, Catherine Deneuve, Michel Piccoli, Philippe Noiret, Ugo Tognazzi, Alain Cuny; origine: Francia/Italia; produzione: Films 66, Mara Films, Laser Production, P.E.A.; durata: 91'
«Curioso, geniale, assurdo western ideologico comico di Marco Ferreri (e coprodotto dalla Pea di Grimaldi...), girato nel buco aperto delle Halles di Parigi in completa demolizione. È lì cheFerreri immagina il suo Little Big Horn, con un gruppo di attori star amici nei ruoli più impensabili, da Mastroianni come Custer, a Piccoli come Buffalo Bill e a Serge Reggiani come Cavallo Pazzo. "Perché Custer alle Halle, a Parigi, nel 1973?" si chiede il regista [...]. "Perché secondo me noi viviamo in un clima western. Perché il western è sempre stato l'enorme trappola in cui siamo caduti fin da bambini. Il western esprime in maniera semplice ed elementare i concetti: Dio, Patria, famiglia. Io riprendo questi concetti e li faccio scoppiare dal ridere". In questo contesto acquista un valore diverso il buco delle Halles. "L'immagine di questo buco in mezzo alla città mi ricorda l'immagine dei circhi di gladiatori, i deserti del Dakota, le piazze dove i poliziotti lanciano le bombe lacrimogene". E acquista senso, come negli spaghetti western più politicizzati, anche l'immagine degli indiani. "Quando io penso ai pellerossa, io penso al proletariato e al sottoproletariato che si lascia schiacciare e umiliare". [...] Quasi tutti improvvisano. Il povero Mastroianni si ritrova una parrucca di capelli scuri quando notoriamente Custer era biondo al punto di essere chiamato Capelli Gialli, ma Ferreri ha trovato quella e gliela mette in testa. Michel Piccoli come Buffalo Bill è fantastico, Serge Reggiani come Cavallo Pazzo fin troppo preso nella parte, Ugo Tognazzi è l'unico che legge il film come una parodia vecchio stile di Giorgio Simonelli e si muove rapidissimo come in uno sketch con Raimondo Vianello» (Giusti).
 
ore 18.45
Scusi, facciamo l'amore? (1968)
Regia: Vittorio Caprioli; soggetto: V. Caprioli; sceneggiatura: V. Caprioli, Enrico Medioli, Franca Valeri; fotografia: Pasqualino De Santis; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Pierre Clementi, Claudine Augier, Beba Loncar, Tanya Lopert, Martine Malle, Massimo Girotti; origine: Italia/Francia; produzione: Pea, Les Productions Artistes Associés; durata: 92'
«Il film è diretto in modo tutt'altro che banale, con tocchi e tagli visivi rapidi e sapienti, con tecnica modernissima e senza fronzoli: il risultato è senz'altro positivo sul piano della cornice (una Milano intima e segreta, cui si contrappone una Cortina grigia e noiosa, antinaturalistica) e in complesso raggiunge gli effetti voluti come commedia satirico-sociale [...]. La società milanese bersagliata dal regista ha naturalmente i tratti paradossali di tutti i quadri satirici e non pretende quindi di offrirci una realtà se non mediata; ma Caprioli ne ha avvicinato l'essenza con singolare intuito e, anche nel linguaggio (i "che bene!" e altri modi di dire), c'è un senso di genuina e originale interpretazione» (Solmi).
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 20.30
Cadaveri eccellenti (1976)
Regia: Francesco Rosi; soggetto: dal romanzo Il contesto di Leonardo Sciascia; sceneggiatura: F. Rosi, Tonino Guerra, Lino Jannuzzi; fotografia: Pasqualino De Santis; musica: Piero Piccioni; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Lino Ventura, Tino Carraro, Marcel Bozzuffi, Paolo Bonacelli, Max Von Sydow, Charles Vanel; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A., Productions Artistes Associés; durata: 120'
«Nei discorsi sui film di Francesco Rosi si commette spesso l'errore di privilegiare il contenuto, cioè di fermarsi alla considerazione del loro impatto sul terreno morale e civile. Ma l'opera del regista napoletano è importante e resiste nel tempo, [...] proprio perché affida i suoi significati a una scrittura cinematografica di alto rigore. La ricerca della verità storica, nei grandi film meridionalistici di Rosi, si sviluppa attraverso un recupero di paesaggi, monumenti, facce, mimiche e suoni che conservano il loro carattere di reperto e tuttavia diventano elementi di uno stile. Tutto ciò si vede ancora meglio in Cadaveri eccellenti, dove l'autore abborda con il bagaglio di SalvatoreGiuliano un cinema di metafora. Sulla falsariga del dirompente romanzo di Leonardo Sciascia, Il contesto (pubblicato cinque anni fa e attaccato soprattutto dai comunisti, di cui avversava la vocazione al compromesso storico), il film di Rosi racconta l'amata vicenda di un povero Maigret nostrano che scopre, sulla pista del misterioso assassino di alcuni alti magistrati, la trama di un complotto eversivo in cui sono implicati tutti gli uomini di potere. Benissimo interpretato da Lino Ventura (che si doppia da sé in italiano), Cadaveri eccellenti è una discesa all'inferno attraverso un Sud di fantasia (ma non tanto: lo dicono i sacchi di immondizia abbandonati per la strada, lo scempio urbanistico di Agrigento) […]. La conclusione è amara, ma suggellata da un invito (all'ombra del pannello di Guttuso sui funerali di Togliatti) a cercare e proclamare la verità» (Kezich).
 
giovedì 5
ore 17.00
Oceano (1971)
Regia: Folco Quilici; soggetto: tratto dal libro omonimo di F. Quilici; sceneggiatura: Giorgio Arlorio, F. Quilici, Berto Pelosso; commento: Ruggero Orlando; fotografia subacquea: F. Quilici, Masino Manunza, Jean Bodini; fotografia aerea: Giovanni Scarpellini, Bruno Vespasiani, Riccardo Grassetti, Vittorio Dragonetti; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ettore Salvi; interpreti: W.M. Reno, Hubert Putigny, K. Imrie, E. Tepama, Nelson Mackendrick; origine: Italia; produzione: P.E.A.; durata: 96'
«Prodotto da Alberto Grimaldi (PEA), sceneggiato dal regista con Giorgio Arlorio e Berto Pelosso da un racconto del libro Giramare dello stesso F. Quilici, chiude la trilogia sull'Oceania dopo L'ultimo paradiso (1957) e Ti-Koyo e il suo pescecane (1961). Raccontata al ferrarese Quilici nel 1961 da un pescatore polinesiano, è una storia dove si mescolano verità, leggenda, cronaca, immaginazione in un passato - o presente? - indefinito. Tanai, giovane pescatore delle Tuamatù, isole coralline del Pacifico orientale, si mette in viaggio su una piroga a bilanciere per cercare nelle "isole alte" due sacchi di terra dove piantare una talea di "urù", l'albero del pane. Nella sua traversata incontra mantas gigantesche, nubi di uccelli migratori, testuggini amiche, ma anche esseri umani: un barone olandese, naufrago e volontario Diogene fuggito dalla civiltà occidentale; le genti di Papua delle Trobriand; gli ultimi animisti del Pacifico che ancora credono nel dio Atuna che verrà dal mare a portare doni e felicità. To matou fenua te nei te moana, la nostra terra è l'oceano, dicono i pescatori delle Tuamutù. Sequenze notevoli: i delfini che saltano fuori a tempo secondo il battito ritmato dei sassi; il rapporto uomo/vulcano nelle Trobriand; la lotta con lo squalo del pescatore che cerca di soffocarlo con un sacco» (Morandini).
 
ore 18.45
Queimada (1969)
Regia: Gillo Pontecorvo; soggetto e sceneggiatura: Franco Solinas, Giorgio Arlorio; fotografia: Giuseppe Ruzzolini, Marcello Gatti; musica: Ennio Morricone; montaggio: Mario Morra; interpreti: Marlon Brando, Evaristo Marques, Renato Salvatori, Dana Ghia, Valeria Ferran Wanani, Giampiero Albertini; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A.; durata: 129'
William Walker è un agente inglese che viene inviato a Queimada, un'isola dei Caraibi, per fomentare una rivolta contro i portoghesi. L'azione di Walker non ha fini nobili, cioè rendere indipendente la popolazione locale, ma, al contrario, mira a rendere l'isola sotto il dominio dell'Inghilterra. «È il film delle contraddizioni, in grado di associare gli elementi più inconciliabili: la formula del grande spettacolo e una forte tensione intellettuale; i dollari dell'United Artists e la guerra agli interessi dell'United Fruit; l'alto snobismo recitativo di Marlon Brando e l'analfabetismo del negro Evaristo Marquez. Nonostante le sue apparenze di romanzo storico, Queimadasi inserisce nella corrente del film di metafora: rappresenta, infatti, un'ipotesi politica travestita da cronaca immaginaria della guerriglia di liberazione in un'isola delle Piccole Antille nella prima metà dell'ottocento. Per inquadrare la scena e il problema si dice Queimada e si pensa Vietnam; per parlare di un leader della rivolta contadina, si dice José Dolores e si pensa Che Guevara. In questo singolare campo magnetico il parafulmine è costituito dall'eroe negativo di Marlon Brando, il cattivo che sa di esserlo e recita con amarezza la sua parte di storia: un saggio di virtuosismo recitativo tenuto fuori da ogni compromissione psicologica e maturato in un duro confronto quotidiano fra interprete e regista» (Kezich).
 
ore 21.15
Avanti! (Cosa è successo fra mio padre e tua madre?, 1972)
Regia: Billy Wilder; soggetto: dalla commedia di Samuel Taylor; sceneggiatura: B. Wilder, I.A.L. Diamond, Luciano Vicenzoni; fotografia: Luigi Kuveiller; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Ralph E. Winters; interpreti: Jack Lemmon, Juliet Mills, Clive Revill, Edward Andrews, Gianfranco Barra, Franco Angrisano; origine: Usa/Italia; produzione: Mirisch Corporation of California,P.E.A.; durata: 144'
«Industriale americano e impiegata inglese s'incontrano a Ischia dove sono arrivati per recuperare le salme rispettivamente del padre e della madre morti insieme in un incidente. Commedia sottovalutata in Italia anche per motivi nazionalistici, e negli USA per miopia critica, questo 22° film del grande B. Wilder è degno della sua fama di regista graffiante e irriverente, che va a mescolare tenerezza e cinismo. Un po' prolisso, ripetitivo e folcloristico. Una coppia perfetta di protagonisti e una breve apparizione di Pippo Franco. Tratta da una pièce di Samuel Taylor e sceneggiata da Wilder con I.A.L. Diamond. Contributi italiani di L. Kuveiller (fotogr.), F. Scarfiotti (scene), C. Rustichelli (musica)» (Morandini). Golden Globe (1973) a Jack Lemmon come miglior attore in una commedia.
 
venerdì 6
ore 17.00
Il mercenario (1968)
Regia: Sergio Corbucci; soggetto: Franco Solinas, Giorgio Arlorio; sceneggiatura: Luciano Vincenzoni con la collaborazione di Sergio Spina, Adriano Bolzoni, S. Corbucci; fotografia: Alejandro Ulloa; musica: Ennio Morricone, Bruno Nicolai; montaggio: Eugenio Alabiso; interpreti: Franco Nero, Tony Musante, Jack Palance, Giovanna Ralli, Franco Giacobini, Eduardo Fajardo; origine: Italia/Spagna; produzione: P.E.A, Profilms; durata: 105'
Paco Roman assolda il mercenario Sergei Kowalski per fare la rivoluzione. La sua donna, Columba, lo mette in guardia dal cinismo del "polacco", mentre alle loro spalla il cattivo di turno, il ricciolo, è pronto a vendicarsi. Ottimo western all'italiana che assorbe il clima del '68 innestando il tema della rivoluzione nella consueta corsa all'oro. Nero e Musante (in un ruolo inconsueto per lui) duettano simpaticamente, mentre Palance si concede, fin dall'inconsueto taglio di capelli, una dose di ironia. Citazione di Un tram che si chiama desiderio di Kazan, con la differenza che lo Stanley Kowalski, interpretato da Brando, odiava quando lo chiamavano polacco, mentre Franco Nero non fa una piega. E non pensa alle donne, ma solo al denaro.
 
ore 19.00
È tornato Sabata... Hai chiuso un'altra volta! (1971)
Regia: Frank Kramer [Gianfranco Parolini]; soggetto e sceneggiatura:: Renato Izzo, G. Parolini; fotografia: Sandro Mancori; musica: Marcello Giombini; montaggio: G. Parolini; interpreti: Lee Van Cleef, Reiner Schone, Giampiero Albertini, Annabella Incontrera, Pedro Sanchez [Ignazio Spalla], Gianni Rizzo; origine: Italia/Francia/Germania Occidentale; produzione: P.E.A., Productions Artistes Associés, Artemis Film; durata: 107'
«Sequel del primo Sabata, sempre diretto da Parolini [...]. La storia vede l'ex ufficiale sudista Sabata e i suoi uomini alle prese con un irlandese, tal McLintock, che intende depredare i cittadini di Hobsonville dei soldi che hanno messo da parte per la ricostruzione del paese. [...] Trionfo di parolinate. La pistola di Sabata, per esempio, spara anche dal calcio [...]. Il film ebbe un ottimo incasso, 568 milioni. J.M. Sabatier scrive su "Saison '74" che il film è "un eccellente divertissement nell'ottica delle precedenti opere di Gianfranco Parolini". Per Sabatier c'è anche un chiaro omaggio agli horror di Mario Bava, facendo riferimento in particolare alla folle scena iniziale con colori bizzarri dove Sabata fa fuori una serie di pistoleri per poi rivelare che era solo un'esibizione da circo [...]. Girato, ricorda Mancori, in esterni a Paclemica, a venti chilometri da Zara. Interni alla De Laurentiis» (Giusti).
 
sabato 7
ore 17.00
I racconti di Canterbury (1972)
Regia: Pier Paolo Pasolini; soggetto: dall'opera omonima di Geoffrey Chaucer; sceneggiatura: P.P. Pasolini; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: P.P. Pasolini, con la collaborazione di Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli; interpreti P.P. Pasolini, J.P. Van Dyne, Vernon Dobtcheff, Adrian Street, Franco Citti, Derek Deadmin; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A., Productions Artistes Associés; durata: 112'

Canterbury Talesdi Geoffrey Chaucer (1340?-1400), vasto affresco incompiuto in versi sulla società inglese del XIV secolo. Ispirandosi forse a Boccaccio, ma comunque da buon conoscitore degli autori nostri, Chaucer immagina che nell'aprile 1383, durante un pellegrinaggio da Southwark all'abbazia di Canterbury, i partecipanti si narrino delle storie. Questi racconti dovevano essere 120: l'autore ne completò ventuno, ne lasciò abbozzati tre. Pasolini (che ridacchia in prima persona impersonando Chaucer nel film) ne ha scelti otto di tipo grottesco e scurrile, sorvolando sulla cornice che nel testo invece è molto significativa. Chi ha apprezzato il Decameron, più che il divertimento filologico stavolta assente per ovvie ragioni di lingua, ne ritroverà gli estri ribaldi nella nuova silloge (addirittura preceduta stavolta dalle solite contraffazioni truffaldine). In un carosello di peti, fornicazioni, nudi integrali e parolacce, Pasolini sembra rispondere all'esigenza del critico inglese che raccomandò, a proposito di Chaucer: "read him valiantly aloud", leggetelo coraggiosamente ad alta voce. Forse il brano più bello, tra altri di valore ineguale, è la Novella del venditore di indulgenze, che racconta i casi di tre compari alla ricerca della morte; oppure la Novella del frate, che vede il diavolo Franco Citti trascinare all'inferno un briccone. I toni acri e funerari si addicono al nuovo Pasolini, autocondannatosi all'umorismo coatto» (Kezich). Orso d'oro al Festival di Berlino.

 
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 19.00
Storie scellerate (1973)
Regia: Sergio Citti; soggetto e sceneggiatura: S. Citti, Pier Paolo Pasolini; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: Francesco De Masi; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Franco Citti, Ninetto Davoli, Nicoletta Machiavelli, Silvano Gatti, Enzo Petriglia, Sebastiano Soldati; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A., Les Productions Artistes Associés; durata: 97'
Esiste un legame fra Storie scellerate (1973), secondo film di Sergio Citti, il romanzo picaresco e in genere la tradizione realistica europea: il filo che li accomuna è l'assenza di preoccupazioni didascaliche e moraleggianti. I personaggi del film, infatti, appaiono ben poco dominati dalle esigenze morali, essendo portati per sopravvivere a compiere azioni riprovevoli. Gli episodi raccontati, ispirati in gran parte alle novelle del Bandello, mostrano da un lato il prevalere della nascente borghesia in cerca di successo, dall'altro il declino del mondo contadino e sottoproletario, a cui lo stesso Citti appartiene. In questo complicato processo il regista esamina, in fondo, il prevalere della mentalità piccolo-borghese, in un ambiente - quello dello stato della Chiesa descritto dal Belli - in cui i sentimenti della dignità e dell'onore tramontano in una competizione basata sulla beffa e sulla vendetta. Emerge, pertanto, un vivo senso del comico e toni spregiudicati in cui s'intrecciano il sesso e la morte. Quest'opera s'inserisce nel passaggio dalla Trilogia della vita alla Trilogia della morte di Pier Paolo Pasolini, co-sceneggiatore del film, ed è la rappresentazione di un mondo popolare in trapasso, fatto di giovani accattoni affamati di cibo ed eros, costretti a guadagnarseli con mille astuzie che li pongono di là della morale e della stessa storia civile.
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 20.45
Il fiore delle mille e una notte (1973)
Regia: Pier Paolo Pasolini; soggetto: liberamente basato sulla raccolta di novelle orientali Alf Laylah wa-Laylah; collaborazione alla sceneggiatura: Dacia Maraini; fotografia: Giuseppe Ruzzolini; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ugo De Rossi; interpreti: Franco Merli, Ines Pellegrini, Ninetto Davoli, Tessa Bouché, Franco Citti, Fessazion Gherentiel; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A., Les Productions Artistes Associées; durata: 130'
«Un film semplicissimo, ma anche difficile, suscettibile di letture molteplici: stilistiche, ideologiche, etnologiche. Incominciamo dal testo. La sua fonte, naturalmente, sono Le mille e una notte, l'opera letteraria più famosa della civiltà araba da cui, come dal Decamerone e dai Racconti diCanterbury, è nata tutta intera una letteratura (e per questo Pier Paolo Pasolini vi ha fatto ricorso per il suo ultimo film della "Trilogia della vita", sorretta all'interno dal denominatore comune della nostalgia del passato). Le novelle scelte sono una decina, volutamente le meno note, con un filo conduttore che riassume in chiave meno favolistica quello di Shahrazàd e del re Shahriyàr sostituendolo con quello del giovinetto Nur ed-Din che vaga disperatamente alla ricerca della sua amatissima schiava Zumurrud rapita da un rivale. I canovacci delle novelle riproducono fedelmente quelli della celebre raccolta, con varie contaminazioni, però, e delle concatenazioni ripetute che, facendo scaturire i vari racconti l'uno dall'altro e intersecandoli, danno alla struttura narrativa un aspetto concentrico, quasi a scatola cinese. I personaggi, gli uni "raccontandosi" agli altri, oltre ai due innamorati che reggono le fila della narrazione, sono re, principi, demoni, giganti e geni. Quello però che ha attratto Pasolini nelle novelle non è tanto il "loro carattere fiabesco, esotico, magico, quanto il loro realismo: il senso esistenziale della vita quotidiana dell'antico mondo arabo e la rappresentazione della società osservata con rigore quasi etimologico". Un realismo, comunque, in cui è possibile "vedere il Destino alacremente all'opera, intento a sfasare la realtà: non verso il surrealismo e la magia, ma verso l'irragionevolezza rivelatrice della vita, che solo se esaminata come "sogno" o "visione" appare come significativa". Realismo, dunque, ma in un contesto "visionario, in cui i personaggi sono "rapiti" e costretti a un'ansia conoscitiva involontaria, il cui oggetto sono gli avvenimenti che gli accadono". Svolti, questi avvenimenti, costruiti questi personaggi con una struttura di racconto che tende volutamente al discorso piano, diretto, immedesimandosi ai toni di esposizione grezzi e popolari di quei tanti narratori che, ricchi e poveri, principi e mendicanti hanno tutti una identica cultura [...]. Le ragioni, però, vanno ricercate in quella volontà dell'autore di porsi oggettivamente dalla parte di chi ricorda e ricrea le proprie gesta nell'ambito della propria cultura (come già nel Decameron, come già nei Racconti diCanterbury); e preferire qui una narrazione di tipo tradizionale o estetizzante vorrebbe dire non intendere il succo dell'operazione letteraria tentata ancora una volta da Pasolini; né i suoi criteri d'interpretazione. Lo stesso principio, naturalmente, sorregge poi la "messa in scena" del testo, affidata appunto ad un "realismo visionario" in cui tutto, anche il favoloso, appare nitido e concreto e in cui, contemporaneamente, il reale, pur nella sua secchezza, ha sempre un sottofondo onirico; senza misteri, ma pieno di sospensioni, di tensione» (Rondi).
Vietato ai minori di anni 14
 
domenica 8
ore 16.30
Avanti! (replica)
 
ore 19.00
Un tranquillo posto di campagna (1968)
Regia: Elio Petri; soggetto: Tonino Guerra, E. Petri; fotografia: Luigi Kuveiller; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Franco Nero, Vanessa Redgrave, Georges Geret, Gabriella Grimaldi, Madeleine Damien, Rita Calderoni; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A., Produzioni Associate Delphos, Productions Artistes Associés; durata: 107'
«Pittore di successo in crisi creativa, dilaniato dalla volontà di contestazione e dalle richieste del mercato, ha un rapporto schizofrenico di amore/odio con la donna che gli fa da amante, amministratrice e infermiera e, per sfuggirla, si rifugia in una villa veneta, da anni disabitata, e cerca la compagnia di un fantasma. Film sulla pittura (sulla pop art, usando i quadri dell'americano Jim Dine), sulla ricerca disperata della bellezza perduta, sulla morte dell'arte, sui rapporti tra arte e realtà, "... è prima di ogni altra cosa un giro di boa tecnico: di tecnica narrativa, di montaggio, di ritmi, di effetti speciali, di fotografia. Senza l'esperienza maturata sarebbero forse impensabili i successivi film..." (A. Rossi)» (Morandini).
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 21.00
Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)
Regia: Pier Paolo Pasolini; soggetto: basato liberamente sul romanzo di Donatien-Alphonse-François de Sade Les 120 journées de Sodome ou l'Ecole du libertinage; sceneggiatura: P.P. Pasolini; collaborazione allasceneggiatura: Sergio Citti; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi; interpreti: Paolo Bonacelli, Giorgio Cataldi, Umberto Paolo Quintavalle, Aldo Valletti, Caterina Boratto, Elsa de' Giorgi, Hélène Surgère; origine: Italia/Francia; produzione:P.E.A., Productions Artistes Associées; durata: 119'
Salò o le 120 giornate di Sodoma fu presentato in anteprima a Parigi il 22 novembre del 1975, tre settimane dopo la morte del regista. Pasolini fu ucciso subito dopo le riprese del film, prima di poter ultimare il montaggio. Il film uscì sul mercato italiano nel gennaio 1976 e venne subito sequestrato. Le sue traversie giudiziarie - dall'imputazione di oscenità a quella di corruzione di minori - durarono a fasi alterne fino al 1978. Durante la lavorazione di Salò o le 120 giornate diSodoma, Pasolini spiegò a più riprese il progetto di un'opera così geometricamente crudele, violenta, ma anche così enigmatica come un «mistero medievale» ben lontano cioè dai suoi film precedenti e specialmente dalla Trilogia della vita. Il 25 marzo del '75, in un'autointervista sul «Corriere della Sera», Pasolini scriveva: «Le mie Centoventi giornate di Sodoma si svolgono a Salò nel 1944, e a Marzabotto. Ho preso a simbolo di quel potere che trasforma gli individui in oggetti […] il potere fascista e nella fattispecie il potere repubblichino. Ma, appunto, si tratta di un simbolo. […] Nel potere - in qualsiasi potere, legislativo e esecutivo - c'è qualcosa di belluino. Nel suo codice e nella sua prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere attualizzabile la più primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli: cioè, diciamolo ancora una volta, degli sfruttatori contro gli sfruttati. […] I potenti di De Sade non fanno altro che scrivere Regolamenti e regolarmente applicarli». L'ultimo film di Pasolini infatti rovescia la gioia della Trilogia della vita in una agghiacciante parabola di morte dove il sesso diventa semplice sopraffazione e i corpi degradati a oggetti da studiare e distruggere. Insostenibile per la maggior parte degli spettatori, come per l'amico e scrittore Leonardo Sciascia che confessava di aver visto il film soffrendo come un dannato, Salò, definito da Alberto Moravia «elegante, lucido e al tempo stesso fantastico e funebre», è un coraggioso tentativo di rappresentare tutto ciò che viene rimosso dalla società. Scriveva Serge Daney sul film che «l'atroce, non è soltanto ciò che è raggelato nelle inquadrature (torture, coprofilia), è il carattere traumatico di queste inquadrature, poiché nulla permette di prevederle». Il progetto di restauro, intrapreso e portato a termine dalla Cineteca Nazionale nel corso del 2005, si è basato sui negativi originari depositati presso la Technicolor di Roma dall'avente diritto, la società Alberto Grimaldi Productions, che ha autorizzato l'accesso a tali materiali e l'esecuzione di tutte le lavorazioni di recupero.
Vietato ai minori di anni 18
 
lunedì 9
chiuso
 
martedì 10
ore 17.00
Faccia a faccia (1967)
Regia: Sergio Sollima; soggetto: S. Sollima; sceneggiatura: S. Sollima, Sergio Donati; fotografia: Rafael Pacheco, Emilio Foriscot; musica: Ennio Morricone; montaggio: Eugenio Alabiso; interpreti: Gian Maria Volontè, Tomas Milian, William Berger, Jolanda Modio, Gianni Rizzo, Carole André; origine: Italia/Spagna; produzione: P.E.A., Arturo González P.C.; durata: 112'
«Secondo grandissimo western di Sergio Sollima che arriva a un anno di distanza dalla Resa dei conti con Lee van Cleef e Tomas Milian. È il film che Sollima ha amato di più. "Forse anche perché l'idea era mia, il soggetto era mio. C'erano Volonté e Milian, e poi William Berger". Gli unici rimpianti sono legati al tempo, tre ore almeno per dargli un soffio epico, ma il film, come riferisce Sollima, venne tagliato molto, perché era più lungo del previsto. Qui Milian (ancora doppiato da Pino Locchi), non fa esattamente Cuchillo, ma una specie di lontano parente capelluto e baffuto, Solomon Beauregard Bennet, un bandito legato al celebre Mucchio Selvaggio. Se la vede con Gian Maria Volonté, che è Brad Fletcher, professore di città, malatissimo, che, vicino a lui, oltre a guarire diventerà un bandito cinico e spietato [...]. Attorno ai due protagonisti che, ovviamente, arriveranno a una resa dei conti finale, un gruppo di grandi caratteristi. A cominciare da William Berger che fa l'uomo della Pinkerton, Gianni Rizzo, Rick Boyd, José Torres. Nella visione di allora una specie di capolavoro insuperabile [...]. Bellissimi i titoli di testa costruiti con immagini del film. Frasi di lancio: "1965: Per qualche dollaro in più. 1966: Il buono, il brutto, il cattivo. 1967: La resa dei conti... ed ora: Faccia a faccia. - 2 grandi interpreti per 2 indimenticabili personaggi faccia a faccia in un western sconvolgente che ha entusiasmato il pubblico". Il primo titolo era Un uomo e una colt, che verrà poi passato a un altro film della Pea, ma diretto da Tullio Demicheli» (Giusti).
Ingresso gratuito
 
ore 19.00
La resa dei conti (1966)
Regia: Sergio Sollima; soggetto: Franco Solinas, Fernando Morandi; sceneggiatura: Sergio Donati, S. Sollima; fotografia: Carlo Carlini; musica: Ennio Morricone; montaggio: Gaby Peñava; interpreti: Lee Van Cleef, Tomas Milian, Walter Barnes, Nieves Navarro, Gerard Herter, Maria Granada; origine: Italia/Spagna; produzione: P.E.A., Tulio Demicheli P.C.; durata: 108'
«Grande spaghetti western del periodo d'oro del genere. Tra i preferiti di Tarantino. Il primo, inoltre, che impone come protagonista Tomas Milian (doppiato da Pino Locchi) e che lancia il personaggio fondamentale di Cuchillo Sanchez, proto-Monnezza sessantottino, idolo di una generazione. Sollima, al suo primo western, non fa un sotto-Leone, ma si costruisce un suo cinema, aiutato anche da soggettisti come Franco Solinas e Sergio Donati e dalla grossa produzione Pea. Lee Van Cleef, proveniente direttamente da Per qualche dollaro in più, ne ripete il ruolo, mentre Tomas Milian aveva girato solo lo strano, affascinante The Bounty Killer, ma in una parte molto diversa, più da Actor's Studio e meno picaresca. La sua è una entrata assolutamente nuova, originale nel mondo del western e lascerà il segno. La storia, che magari è meno politicizzata di come credevamo allora, vede Lee Van Cleef (doppiato da Renato Turi) bounty killer al suo ultimo lavoro prima di entrare in politica. Deve liquidare un peone accusato di stupro. Ma non è lui il colpevole e nell'infuocato finale Lee Van Cleef capirà da che parte stare. Sollima ricorda così la genesi del film: "La mia fase western prende piede quando fui presentato da Sergio Leone al produttore Alberto Grimaldi. Era pronto il soggetto della Resa dei conti. Grimaldi ne era entusiasta e così lui aveva contattato James Coburn senza esito. All'epoca nel western gli spagnoli avevano fatto per primi quel tipo di film!. A proposito di ispanici conoscevo già Tomas Milian! Era cubano, un latino vero. A Grimaldi il soggetto era piaciuto, lo sceneggiatore Franco Solinas ci aveva lavorato precedentemente. Il primo titolo della Resa dei conti era Il falco e la preda. [...] Volonté era la scelta iniziale per il messicano, e poi c'era Van Cleef ancora sotto contratto con Grimaldi. Su Tomas Milian invece tutti erano esitanti, perché veniva dal cinema d'arte. L'ho inventato io". [...] Sollima ha più volte dichiarato che lavorò benissimo con Alberto Grimaldi e con la Pea: "Perché lavorai in condizioni davvero eccellenti, non ho mai avuto discussioni di carattere finanziario, c'è stato un rapporto davvero eccellente con Grimaldi, persona di grande civiltà". Da parte sua Grimaldi inizia con La resa dei conti un nuovo modello di produzione in accordo con la United Artists» (Giusti).
 
ore 21.00
Per qualche dollaro in più (1965)
Regia: Sergio Leone; soggetto: S. Leone, Fulvio Morsella [da un soggetto di Fernando Di Leo ed Enzo Dell'Aquila]; sceneggiatura: Luciano Vicenzoni, Sergio Donati, S. Leone [e Fernando Di Leo]; dialoghi: L. Vicenzoni; fotografia: Massimo Dallamano; musica: Ennio Morricone; montaggio: Eugenio Alabiso, Giorgio Serralonga; interpreti: Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Gian Maria Volonté, Mara Krup, Luigi Pistilli, Klaus Kinski; origine: Italia/Germania Occidentale/Spagna; produzione: P.E.A.,Constantin Film, Arturo González P.C.; durata: 132'
«Il secondo western di Sergio Leone con Clint Eastwood è anche più bello del primo. O, almeno così ci sembrò allora, di fronte allo schermo gigante coi faccioni dei nostri eroi. [...] Ovviamente non ci sono più Papi e Colombo, i due produttori di Per un pugno di dollari, con i quali Leone sta in causa. I due sostengono che il personaggio dello Straniero senza nome è roba loro, viene dal primo film. Leone risponde legandosi ad Alberto Grimaldi e alla Pea e mette in piedi questo western per fare un dispetto ai suoi due precedenti produttori, come ha raccontato più volte. [...] Ufficialmente il soggetto è firmato da Fulvio Morsella e dallo stesso Leone e si intitola Two Magnificent Strangers (o Two Magnificent Rogues), basato su un altro trattamento chiamato The Bounty Killer. Il tutto diventa Per qualche dollaro in più. [...] La sceneggiatura porta invece la firma di Sergio Donati, pubblicitario e giallista, già legato ai progetti di Papi e Colombo degli anni precedenti, e di Luciano Vincenzoni, gran professionista celebre per la sceneggiatura della Grande guerra. I due, però, per molto tempo non sanno che stanno lavorando in due allo stesso copione. E, alla fine, sui titoli dell'edizione americana, per esempio, si legge solo il nome di Vincenzoni. [...] Per qualche dollaro in più, che uscì a Natale 1965, ebbe un successo strepitoso e divenne prestissimo il film italiano più visto di ogni tempo, anche della Dolce vita» (Giusti).
 
mercoledì 11
ore 17.00
Registrazione dell'incontro di Sergio Leone con gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia (1988, durata 120' circa)
Ingresso gratuito
 
ore 19.00
A perdifiato - Storia di Michele Lacerenza (2007)
Regia: Giuseppe Sansonna; fotografia: Andrea Cammertoni; operatori: Valentina Summa, Elena Cappanera; origine: Italia; produzione: Cortolab Productions; produttori esecutivi: Giacomo Lacerenza, Michele Giuseppe Lacerenza, Daniele Tarantino; durata: 49'
Il trombettista Michele Lacerenza fu l'esecutore dell'indimenticabile assolo di Per un pugno di dollari. Ennio Morricone lo ricorda come «un trombettista sublime. Lo conoscevo dai tempi del conservatorio. Ho composto quell'assolo pensando al suo modo di suonare. Sergio Leone, sulle prime, voleva Ninì Rosso e Michele lo sapeva. Suonò mettendoci l'anima, con le lacrime agli occhi. E anche Sergio rimase sedotto da quel suono struggente, dall'irripetibile intensità dolorosa». Vinicio Capossela, estimatore di Leone e del suo universo musicale, rivela: «Quella tromba è lo strumento che gli invidio di più. Lacera i lunghi silenzi leoniani, come un grido che sale dalla pietra e dal deserto. La tromba del Signore chiama al giudizio le anime, quella di Lacerenza chiama alla resa dei conti». Roy Paci racconta quanto sia stato importante Lacerenza nella sua formazione di trombettista: «Quel suono lirico e infuocato mi ha sedotto fin da bambino». Lacerenza entrò nelle grandi orchestre di Gorni Kramer e Armando Trovajoli e nell'orchestra radiofonica della Rai. Seguì Josephine Baker nella sua memorabile tournee italiana. Nel 1964, dopo l'exploit di Per un pugno di dollari, divenne la tromba feticcio di moltissimi spaghetti western. La tromba di Lacerenza evoca immediatamente il West sudato e feroce di Sergio Leone ed epigoni vari. Sguardi taglienti, risate beffarde, voci roche, frasi a effetto, case bianche: un West familiare, molto vicino al Sud d'Italia. Del resto Leone era di Torella dei Lombardi, pieno entroterra campano. La musica di Morricone scandiva sonorità meridionali: quei fischi, quegli sciocchi di frusta evocavano i duelli rusticani di Verga, più che gli attacchi degli apache. E poi c'era quella tromba vibrante, infuocata. Un modo di suonare che ha radici lontane. Come il siciliano Roy Paci, anche Michele Lacerenza, pugliese di Trinitapoli, si è formato nella banda cittadina, ereditandone la passionalità popolare. Negli anni '30 Giacomo, padre di Michele, "ricamava in oro" con la sua tromba. Stimato da Re Vittorio Emanuele III, era il maestro della banda di Trinitapoli. A quei tempi era un ruolo di prestigio nazionale: Giacomo trascinava la sua banda di picari affamati di gloria e cibo per tutto il sud. Lanciati a rotta di collo su strade sterrate, a bordo di diligenze sconnesse. Era quello il retroterra di Michele, la sua prima e fondamentale formazione. Poi, negli anni '40, verranno per lui l'approdo a Roma, il diploma al conservatorio Santa Cecilia, i grandi teatri italiani, l'orchestra della Rai, la collaborazione con Ennio Morricone e Nino Rota. Michele era una "prima tromba", adorata dai re della rivista come Vanda Osiris, Carlo Giuffré, Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Carlo Dapporto e Alberto Rabagliati. Poi, nel 1964, arrivò il momento di Per un pugno di dollari.
Nel documentario sono presenti alcune testimonianze dell'epoca, conservate dalla famiglia del trombettista, in non perfette condizioni audio.
Ingresso gratuito
 
ore 20.00
Sergio Leone (1996)
Regia: Luca Verdone; consulenza di Callisto Cosulich; fotografia: Giulio Pietromarchi; produzione: Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento Editoria, realizzato da Agi; durata: 52'
La conquista di un ruolo di primo piano nel panorama del cinema internazionale da parte di Sergio Leone è il tema del documentario di Verdone che propone gli aspetti più significativi del suo cinema, dall'esordio come regista di peplum fino alla rivisitazione degli archetipi del cinema americano in C'era una volta in America. Attraverso le testimonianze dei suoi familiari, degli amici, e dei collaboratori, il documentario traccia un profilo completo del grande regista.
Leone commenta anche alcune sequenze dei suoi film, mettendo a fuoco i punti salienti della sua poetica, e il suo pensiero è integrato dagli interventi degli attori che hanno interpretato i suoi film, come Eli Wallach, Rod Steiger, Clint Eastwood, Jason Robards, e alcuni collaboratori italiani, come Dario Argento e Bernardo Bertolucci. Claudia Cardinale e Carlo Verdone raccontano il grande regista nei risvolti meno noti.
Ingresso gratuito
 
ore 21.00
Il buono, il brutto, il cattivo (1966)
Regia: Sergio Leone; soggetto: Luciano Vicenzoni, S. Leone; sceneggiatura: Age-Scarpelli, L. Vicenzoni, S. Leone; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli, Eugenio Alabiso; interpreti: Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef, Aldo Giuffré, Luigi Pistilli, Rada Rassimov; origine: Italia; produzione: P.E.A.; durata: 174'
«Il buono, il brutto, il cattivo è l'atto conclusivo della cosiddetta "trilogia del dollaro", costituita anche da Per un pugno di dollari (1964) e da Per qualche dollaro in più (1965), film nei quali Sergio Leone fissa gli elementi ricorrenti nel filone del western all'italiana [...]. Il regista si affida a una programmatica esasperazione della violenza, temperata dal costante ricorso a un registro ironico, che nel film, sceneggiato da due maestri della commedia all'italiana come Age e Scarpelli, sfocia in vero e proprio gusto per il comico» (David Bruni). Il restauro del film è stato effettuato sulla base dei negativi scena "2p" (cioè a due perforazioni, anziché le 4 normali, per fotogramma, sistema noto come Techniscope, inventato per la Technicolor da Giovanni Ventimiglia) e colonna. L'edizione corrisponde a quella originaria del 1966, testimoniata dalla copia d'archivio conservata alla Cineteca Nazionale. Dopo il confronto fra tutti gli elementi disponibili (oltre ai negativi originari e alla copia già citati, anche un duplicato negativo conservato presso la Alberto Grimaldi Production, partner del progetto di restauro, e una copia positiva dei tagli del 1969, anche questi affidati a titolo di deposito alla Cineteca), è stato stampato presso il laboratorio Studio Cine un interpositivo in formato scope standard. Da questo è stato ricavato il duplicato negativo, mentre un positivo della colonna è stato ritrascritto su un nuovo negativo ottico, previo restauro digitale effettuato presso il laboratorio di Cinecittà Studios; dai nuovi duplicati negativi scena e colonna è stato possibile stampare, con successive, progressive correzioni, sotto la guida di Tonino Delli Colli, le nuove copie positive. Il restauro è stato presentato alla Mostra di Venezia nel settembre 2000.
Vietato ai minori di anni 14
 
giovedì 12
ore 17.00
Viaggio con Anita (replica)
 
ore 19.10
Temporale Rosy (1980)
Regia: Mario Monicelli; soggetto: dal romanzo omonimo di Carlo Brizzolara; sceneggiatura: Age [Agenore Incrocci] e [Furio] Scarpelli, M. Monicelli; collaborazione alla sceneggiatura: C. Brizzolara; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: Gianfranco Plenizio; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Gérard Depardieu, Faith Minton, Roland Bock, Gianrico Tedeschi, Helga Anders-Fritz, Claudia Polley; origine: Italia/Francia/Germania Occidentale; produzione: P.E.A., Productions Artistes Associés, Artemis Film; durata: 107'
«Il pugile Raoul "Spaccaporte" chiude la carriera per un banale incidente. Si innamora di Temporale Rosy, una campionessa di catch, ma la reciproca gelosia e le macchinazioni di Fernandez li dividono. Dopo anni si incontrano nuovamente e scoprono di amarsi ancora» (www.cinematografo.it) . «È stata notata da tutti i recensori una certa rassomiglianza tra il mondo in cui si svolge Temporale Rosy e alcune suggestioni felliniane. Tuttavia, scorrendo la filmografia di Monicelli, il riferimento più esplicito sembra essere quel piccolo mondo dell'avanspettacolo cui il regista aveva dedicato l'ottimo Vita da cani. Temporale Rosy testimonia anche una volontà di pausa che si esprime di fronte a una situazione politica e culturale poco propizia al consueto calore nell'impegno. Testimonia pure il tentativo, lucido anche nella scelta degli attori, di proporre un cinema per l'esportazione nel momento in cui i produttori italiani tendono sempre più alla ripetitività finalizzata al non rischiare, e mentre il cinema americano riprende il suo dominio incontrastato sul mondo (è un po' quanto accadrà con Speriamo che sia femmina). Il totale fallimento commerciale sembra dar ragione a chi sostiene che il pubblico italiano è sempre restio alle innovazioni. Rimane comunque l'impressione che Temporale Rosy, pur affondando le radici nell'humus della commedia all'italiana, definisce un'idea di cinema assolutamente nuova, molto più di tanti "nuovi comici"» (Della Casa).
 
ore 21.00
Incontro con Alberto Grimaldi, Mario Monicelli, Francesco Rosi, Peppino Rotunno, Paola Savino. L'incontro sarà moderato dal Conservatore della Cineteca Nazionale Sergio Toffetti.
 
Nel corso dell'incontro sarà presentato il libro di Paola Savino Alberto Grimaldi. L'arte di produrre (Centro Sperimentale di Cinematografia, Roma, 2009)
 
a seguire
Ultimo tango a Parigi (1972)
Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto: B. Bertolucci; sceneggiatura: B. Bertolucci, Franco Arcalli; fotografia: Vittorio Storaro; musica: Gato Barbieri; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: Marlon Brando, Maria Schneider, Jean-Pierre Léaud, Massimo Girotti, Maria Minchi, Giovanna Galletti; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A., Productions Artistes Associés; durata: 129'
«In un appartamento da affittare, Paul incontra Jeanne e le impone il primo d'una lunga serie di violenti rapporti sessuali. Nonostante il patto, da lui voluto, di non dirsi nemmeno il nome, nei successivi incontri, i due, Paul soprattutto, tracciano di loro minuziosi ritratti di esseri disgregati, alla deriva. Paul, 43 anni, americano, figlio di alcolizzati, reduce da fallite esperienze, era da cinque anni con Rosa (tenutaria d'un alberghetto equivoco), appena uccisasi. Jeanne, combattuta fra l'attrazione e il disgusto per il maturo amante e il fascino del coetaneo Tom, regista velleitario, fantasioso, ma sincero e affezionato, si dispone al matrimonio con quest'ultimo, senza però ribellarsi alle pretese più ripugnanti di Paul, che per di più le rovescia addosso una gragnuola di espressioni luridissime contro la donna, l'amore, la famiglia» (www.cinematografo.it). «La maggiore virtù del regista italiano sta però [...] nel fondere temi e motivi di disparata provenienza in uno struggente sentimento del vivere contemporaneo e della dissonanza che esso comporta. Insieme a tante altre cose, e sempre felicemente infischiandosi d'ogni giudizio moralistico, il film è un prodotto intelligente e sensibile del cinema esistenzialistico che vuole esprimere la difficoltà di uscire dall'isolamento cui ci ha condotti la civiltà e di riacquistare la verità naturale. Le sue sequenze più toccanti sono appunto quelle in cui l'ansia di afferrare le anime attraverso la carne esplode con inusitata violenza» (Grazzini). Ultimo tango a Parigi è stato presentato al New York Film Festival (1972). Due nomination agli Oscar per la regia e l'interpretazione di Marlon Brando (1973). Nastro d'argento alla regia (1973) e David di Donatello speciale a Maria Schneider. La Cassazione italiana con una sentenza del 29 gennaio 1976, considerando osceno il film, ha ordinato che ne fossero bruciati i negativi. Il 17 febbraio 1987 una nuova sentenza ha stabilito la "non oscenità" del film consentendone la riedizione. «A Ultimo tango è successo di tutto e ha fatto succedere tutto» (Tatti Sanguineti).
Vietato ai minori di anni 18 - Ingresso gratuito
 
venerdì 13
ore 17.00
Cadaveri eccellenti (replica)
 
ore 19.15
Salò o le 120 giornate di Sodoma (replica)
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 21.30
Ultimo tango a Parigi (replica)
Vietato ai minori di anni 18
 
sabato 14
ore 17.00
Fellini-Satyricon (replica)
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 19.15
Temporale Rosy (replica)
 
ore 21.15
Gangs of New York (2002)
Regia: Martin Scorsese; soggetto: Herbert Asbury, Jay Cocks, tratto dal libro Gangs of New York di H. Asbury; sceneggiatura: Kenneth Lonergan, Steven Zaillian, Jay Cocks; fotografia: Michael Ballhaus; musica: Elmer Bernstein, Peter Gabriel, Howard Shore; montaggio: Thelma Scoonmaker; interpreti: Daniel Day Lewis, Leonardo Di Caprio, Cameron Diaz, Jim Broadbent, Brendan Gleeson, Liam Neeson; origine: Usa, Germania, Italia, Gran Bretagna, Olanda; produzione: Cappa Production, Miramax Film, P.E.A., Splendid Medien Ag, Incorporate Television Company, Initial Entertainment Group, Q&Q Medien GMBH; durata: 167'
«Dal 1846 al 1863, a Manhattan. "È la storia di un ragazzo che cerca un padre e di un padre che desidera un figlio, sullo sfondo della Frontiera che diventa città, del western che diventa un gangster movie, con in più un tocco di Guerra Civile e di abolizione della schiavitù. Tutto in un film!" (M. Scorsese). Sceneggiato da Jay Cocks, Steven Zaillian, Kenneth Lonergan, dal libro omonimo (1928) di Herbert Asbury. Fotografia di Michael Ballhaus, scene di Dante Ferretti, costumi di Sandy Powell. Sintesi estetica e ideologica di 30 anni di cinema, è il film più politico di Scorsese e, nonostante le sue affinità con l' opera lirica, il più storico nel suggerire che il cuore di tenebra della nazione statunitense è impastato di sangue, tribolazione, violenza, paura, odio razziale. È il suo film più europeo nelle fonti culturali (Shakespeare specialmente, Dickens, Hugo, ecc.), ma anche un'appassionata meditazione sul cinema del passato, da Griffith a Fuller, da Sternberg a Visconti. È il suo film meno cattolico e più laico (o precristiano?) nel suo transfert dagli emigranti italiani agli irlandesi. Nella stratificata contaminazione di mitologia fantastica e documentazione storica (i draft riots contro la coscrizione obbligatoria che nel 1863 misero a fuoco per tre giorni e quattro notti Manhattan), è il suo film sociologicamente più coraggioso e attuale. È il suo film più "asciugato" in postproduzione: il 1° director's out durava quasi 4 ore. È un dramma edipico sull'identità dei cittadini di una nazione di orfani in cui s'imprime il simbolo ufficiale degli USA - l' aquila sull'occhio finto, dunque cieco, di Bill il Macellaio. È un film antropologico imperfetto e ricco di bagliori che rappresenta probabilmente il capolavoro mancato del più grande regista americano vivente. Prodotto da Alberto Grimaldi e Harvey Weinstein e distribuito dalla Fox» (Morandini).
Per gentile concessione di 20th Century Fox Italia - Ingresso gratuito
 
domenica 15
ore 17.00
Novecento - Atto I e Atto II (1976)
Regia: Bernardo Bertolucci; soggetto e sceneggiatura: B. Bertolucci, Franco Arcalli, Giuseppe Bertolucci; musica: Ennio Morricone; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: Burt Lancaster, Donald Sutherland, Robert De Niro, Dominique Sanda, Alida Valli, Sterling Hayden; origine: Italia/Francia/Germania Occidentale; produzione: P.E.A., Productions Artistes Associés, Artemis Film; durata: 316'
«Novecento (1976), un kolossal [...] d'eccezione - con un cast eccezionale, un budget eccezionale, una durata eccezionale, un battage pubblicitario eccezionale, una programmazione desueta se non proprio eccezionale (le due parti del film proiettate in momenti e/o locali diversi) - che è anche un (affascinante) monumento alla contraddizione. Bertolucci, infatti, si propone qui di costruire una saga familiare e storica che dagli inizi del '900 giunga al '45, attraversando quasi mezzo secolo dietro Alfredo Berlinghieri (futuro erede delle vaste proprietà terriere di una ricca famiglia) e il suo amico d'infanzia, Olmo (figlio di una contadina dei Berlinghieri), il primo destinato a stare dalla parte dei fascisti, il secondo a guidare i contadini nei giorni della Resistenza. Ma sulle pretese epiche, sulle aspirazioni storiografiche e sulle ambizioni politiche [...] prevale nel film, ancora una volta (e anzi qui come mai, prima e dopo, nei film bertolucciani) la fede in un cinema autoreferenziale, continuamente abbagliato dalle ininterrotte trasfigurazioni dell'"immaginario". Un cinema siffatto può avere - come in Novecento accade - una colta e altissima densità spettacolare e produrre brani grandiosi per costruzione melodrammatica, destrezza linguistico-stilistica e fascinazione misterica [...]. Turgido ed estenuato melodramma, più che saga nazional popolare quale voleva essere, Novecento dimostra una sola cosa: l'enorme talento del suo regista, la sua capacità di vivere il cinema come una avventura espressiva, la sua abilità nell'orchestrare una massa di temi e motivi, muovendosi perigliosamente attorno ai (mai, veramente, nei) meandri misteriosi della psicologia e della storia» (Micciché).
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 21.00
Un tranquillo posto di campagna (replica)
Vietato ai minori di anni 14
 
 
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