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Mario Garriba, il Woody Allen di Campo de’ Fiori
25 Aprile 2017 - 25 Aprile 2017
1971. In punto di morte, saggio di diploma al Centro Sperimentale, diretto da Mario Garriba e interpretato dal gemello Fabio, vince, a sorpresa, il Pardo d’oro al Festival di Locarno…, ex aequo con …Hanno cambiato faccia di Corrado Farina e Les amis di Gérard Blain. Un caso unico nella storia del Centro Sperimentale e del cinema italiano, un saggio di regia che vince uno dei più importanti premi cinematografici del mondo, senza però grandi echi, al punto che l’unico telegramma di felicitazioni il giovane regista lo riceve da Roberto Rossellini con un «bravo, bravo, bravo. A nome mio e del Centro Sperimentale», che vale più dal silenzio della critica, colta alla sprovvista dalla proiezione alle 17 di un fatidico venerdì 13 agosto. Non così la mitica Lotte H. Eisner, che vede il film ed, entusiasta, gli apre le porte della Cinémathèque Française. In punto di morte: film di snodo del cinema italiano, che riprende da I pugni in tasca di Bellocchio il tema della contestazione all’interno della famiglia, ma con una vena singolare, riassunta in modo folgorante dall’ingegnere del suono, Jeti Grigioni (il fonico di Diario di un maestro di De Seta): «Se il cinema italiano fosse stato più serio, oppure più intelligente, si sarebbe accorto che Woody Allen era già nato e abitava a Roma vicino a Campo dei Fiori». Originalità colta da Nanni Moretti, per il quale In punto di morte «anticipava umori e atmosfere di tanti film realizzati poi negli anni ’70». Cinema che già nasce inesorabilmente terminale, «fiore reciso» (Tatti Sanguineti), e muore con la seconda prova da regista di Mario, dopo anni e anni di tentativi repressi dall’industria cinematografica, con un film a suo modo proverbiale per lo stato delle cose, sul finire degli anni Settanta, anni di crisi e di ritorni nell’alveo: Corse a perdicuore. Protagonista Roberto Benigni, il quale poi chiede asilo a Ferreri e il povero Mario si deve accontentare di Andy Luotto, terzo personaggio più famoso del momento grazie a L’altra domenica, dopo il Papa e Pertini, secondo il sondaggio di un settimanale decisivo nella scelta del protagonista da parte della casa di produzione, la mitica PEA di Alberto Grimaldi. Come disse Flaiano, dopo il flop a teatro di Un marziano a Roma, «l’insuccesso mi ha dato la testa».
A Fabio e Mario è dedicata una recente pubblicazione della Cineteca Nazionale, Fabio e Mario Garriba, i gemelli terribili del cinema italiano, presentato al Festival di Torino.
 
ore 17.00 Bianca di Nanni Moretti (1984, 95′)
«Michele non solo è un celibe, ma è anche veramente un uomo “solo”. Pieno di manie e di fobie, di feticismi e di ossessioni, scruta la vita quotidiana dei suoi vicini di casa e dei pochi amici, invadendone perfino la intimità con la raccolta delle sue osservazioni. Delle coppie che ha conosciuto (perché è soprattutto la coppia che sembra interessarlo ed affascinarlo) Michele tiene un aggiornato schedario, ricco di numerosi quanto indiscreti dettagli. Michele insegna matematica in una scuola privata ed elitaria, dedicata a Marylin Monroe, dove tutto – dal corpo docente, ai “posters”, ai “juke-box” installati nelle classi – è grottesco e paradossale. E la sua mente, lucida nei ragionamenti occasionati dalla nevrosi, lo è altrettanto quando il nostro sale in cattedra per dimostrare un teorema; egli mal si adatta, in definitiva, ad un ambiente di incompetenti e di svagati, che non è segnato dall’ordine quale lui lo concepisce. Intanto, una sua vicina di casa, che egli conosce, viene trovata uccisa» (www.cinematografo.it ). «L’arte, lo stile di Moretti, qui più che mai, escono dalla parodia e dalla causticità cui l’autore ci aveva abituati per entrare in una originale e terribile metafora sulla raggelante solitudine dell’uomo. La lettura in filigrana lascia ampio spazio, tuttavia, a momenti spassosi, intelligenti, vivaci. Il professore che spiega la storia con le canzoni di Gino Paoli; la partita di calcio; la ginnastica; le piante sulla terrazza; la litigata con gli allievi; l’enorme bicchiere di Nutella, la filosofia delle scarpe con la contrapposizione ideologica fra gli zoccoli olandesi e le espadrillas: sono tutti momenti di alto potenziale comico» (Spiga). Il più garribiano dei film morettiani.
 
ore 18.45 Corse a perdicuore di Mario Garriba (1979, 97′)
«Prima che da una storia sono partito da un’idea. Volevo fare un film sulla timidezza. La timidezza che fa sembrare ogni cosa troppo grande o difficile. La timidezza che finisce per disturbare e diventare ridicola con quella stupida mania di non disturbare e sembrare ridicoli. La timidezza dei ragazzi di fronte alla donna. Ma allora il mio diventava anche un film d’amore. Così ho inventato un personaggio che fosse insieme tutte queste cose. Ma non ho voluto assolutamente fare un film realistico, sociologico o generazionale, anzi la mia storia si muove in un contesto piuttosto rarefatto, costruito su luoghi comuni, addirittura finti, sempre esemplificati. Anche perché la comicità sta più nel comportamento del personaggio, nei suoi incontri, nel modo di parlare che non risolta in gag clamorose. Non solo, ma attorno a lui ho costruito una serie di figure strane e diverse per distribuire in parti uguali la sua follia. E questo anche per lasciare al film un carattere di “gioco”, quasi di favola» (Mario Garriba). Fra questi personaggi, due corrono ininterrottamente per tutto il film, interpretati dai futuri registi Marco Colli e Gianni Di Gregorio, allora giovani sceneggiatori («Ho imparato a scrivere il cinema proprio da Mario Garriba», ha dichiarato Di Gregorio). Con Andy Luotto.
 
ore 20.30 Voce del verbo morire di Mario Garriba (1970, 16′)
Un giovane cerca in tutti i modi di suicidarsi, ma la (s)fortuna non lo assiste e tutti i tentativi falliscono (tragi)comicamente. «Era la prima volta che mi mettevo dietro una macchina da presa e ho voluto provare tutto: carrelli avanti e indietro, accelerazioni, rallentamenti, gags, colore, bianco e nero, viraggi, cinema muto, sonoro, etc… e tutto questo in fretta, anche con confusione, prendendo appunti per film molto più belli che avrei fatto dopo. Ma intanto avevo dimenticato che per fare cinema occorre soltanto fortuna» (Mario Garriba). Con Fabio Garriba.
 
a seguire In punto di morte di Mario Garriba (1971, 55′)
A Orvieto, un giovane di buona famiglia si comporta in maniera irriverente e goliardica nei confronti della famiglia, del mondo del lavoro e delle istituzioni, travolgendo con il suo sarcasmo ogni barriera sociale. Non arrestandosi nemmeno di fronte alla morte, estremo, tragico, gioco. «Non ho voluto raccontare una storia. Ho preso invece un personaggio che con le sue contraddizioni mi permettesse di passare di continuo dalla realtà alla finzione, dal presente al passato come se fossero la stessa cosa. Un personaggio chiuso dentro una città di provincia con giornate tutte uguali fatte da desideri inutili, preti fermi davanti alle chiese, pezzi d’opera cantati a squarciagola, il ridicolo suicidio degli esibizionisti, funerali silenziosi. Ma non ho voluto nemmeno inventare parole nuove e i discorsi sono sempre dei modi di dire così come situazione è un luogo comune. Il rifiuto stesso che il mio personaggio porta contro tutto quello che incontra, non è mai vero e resta sempre un gioco o un sogno, destinato quindi a morire presto per un urlo troppo forte» (Mario Garriba). Con Fabio Garriba.
 
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